Hanno cominciato con il ritornello dell’aggressore e dell’aggredito. Poi hanno accusato di stare con Hamas chiunque denunciasse il genocidio palestinese. Poi ci hanno spiegato che, se condanni l’operazione militare americana a Caracas, allora stai con Maduro. Oggi dovremmo scegliere: la teocrazia degli ayatollah oppure la restaurazione dinastica die Pahlavi. Domani toccherà decidere: Trump o Xi. Ma noi lo sappiamo. E in questa trappola non ci caschiamo.
Sappiamo che l’Ucraina è stata a lungo eterodiretta dagli oligarchi; che la rivolta di Piazza Maidan non fu una “rivoluzione democratica”, ma un processo sostenuto e indirizzato dal Dipartimento di Stato americano in funzione antirussa (e anti-europea); e che sullo sfondo c’era l’allargamento della NATO a Est, dentro il Grande Gioco del post-guerra fredda. Ma sappiamo anche che Putin è uno dei perni dell’internazionale nera europea, in asse con Orbán, AfD e Le Pen; che Steve Bannon ha provato a darle un’ideologia e una struttura, tra l’altro con base in Italia; e che alle sue kermesse hanno partecipato, senza imbarazzo, Salvini e Meloni.
Dunque no. Ripudiamo la guerra, tutte le guerre, e proprio per questo non ci schieriamo nel teatrino tra aggressore e aggredito. Non siamo un collettivo del liceo. Ci ostiniamo a esercitare un pensiero critico, stratificato, non ricattabile.
Sappiamo che il feroce attentato di Hamas del 7 ottobre 2023, che brucia sulla nostra pelle come su quella degli israeliani, nasce dentro decenni di occupazione, colonizzazione e violenza strutturale dello Stato di Israele contro i palestinesi. E sappiamo anche che il terrorismo è una trappola politica: per la sua violenza oscena contro i civili e perché offre a Netanyahu l’alibi perfetto per la soluziuone finale. Lo sappiamo, e non ci schieriamo né con Hamas né con Netanyahu.
Sappiamo che il regime di Maduro è un’involuzione autoritaria e corrotta del bolivarismo, responsabile di repressione e disastri economici. Ma sappiamo anche che il Venezuela è stato messo in ginocchio da anni di sanzioni e tentativi di rovesciamento pilotati dagli Stati Uniti. E che il sequestro “chirurgico” di Maduro, per processarlo a New York per narco-terrorismo, non ha nulla a che vedere né con la democrazia in Venezuela né con il diritto internazionale, e molto con il controllo geopolitico e delle risorse. Non canteremo “Viva Maduro!” E men che meno ci schiereremo con il cow boy alla Casa Bianca.
Sappiamo che la Repubblica islamica è un regime repressivo, teocratico, patriarcale, che imprigiona, tortura e uccide il dissenso. Ma non abbiamo alcuna nostalgia per la dinastia Pahlavi, che prima del 1979 governava con la violenza, la polizia politica e la repressione sistematica, con il pieno appoggio degli Stati Uniti: petrolio, deterrenza antisovietica, controllo regionale. Per questo condanniamo le manovre americane e israeliane per sostituire il regime iraniano con un altro, eterodiretto e telecomandato. Ma non ci schieriamo certo con gli ayatollah, neanche per un momento. E non rinunciamo alla solidarità con le ragazze che si accendono una sigaretta in piazza, per manifestare il loro rigetto della teocrazia.
Sappiamo anche che il capitalismo autoritario di Xi Jinping è un sistema di controllo sociale, repressione politica e sfruttamento. E anche se lo chiamano “socialismo con caratteristiche cinesi”, non ci ispira alcuna simpatia. Ma non per questo ci schieriamo con Donald Trump. Sappiamo anzi — con assoluta chiarezza — che l’America di Trump è la punta di diamante dell’involuzione autoritaria in Occidente e che, se gli americani non riescono a fermarlo, saremo tutti in pericolo: istituzioni democratiche, diritto internazionale, lo spazio stesso della libertà. Ma dovremmo per questo schierarci con Xi o con Putin in funzione antiamericana? Anche no, grazie.
Sappiamo tutto questo. Ma la politica non è un talk-show né una partita di calcio commentata in diretta social. E siccome lo sappiamo, non ci schieriamo. Non scegliamo un campo per sentirci dalla parte giusta, o col Bene o col Male, come vorrebbe l’algoritmo manicheo dei social. Scegliamo di capire, anche quando è scomodo. Non è neutralità. È esercizio consapevole del pensiero critico.
Immagine: elaborata con l'assistenza di Chat GPT 5.2