87 anni, missionario comboniano e voce storica del pacifismo italiano, Alex Zanotelli è tra i promotori del Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio, la rete campana che riunisce associazioni, movimenti e realtà civiche impegnate nell’opposizione alla guerra, nella denuncia del suo carattere economico e strumentale e nella promozione del disarmo dell’economia e delle città, segnate da vecchie e nuove forme di militarizzazione che restringono gli spazi democratici. Dopo vent’anni nelle baraccopoli di Korogocho, Zanotelli è tornato in Italia come coscienza critica del Paese: denuncia guerre, razzismo e ingiustizie sociali con una radicalità evangelica rara, e continua a guidare mobilitazioni popolari dal basso. Lo incontriamo mentre si organizza il presidio nonvionento “NO ICE” difronte al Consolato USA a Napoli.
Perché il Comitato Pace e Disarmo promuove una protesta contro l’arrivo della polizia ICE in Italia per le Olimpiadi? In che modo questo rientra nella vostra missione?
Ma ci rientra assolutamente, perchè quello che sta avvenendo negli Stati Uniti è davvero estremamente grave. Se sono arrivati a un'esecuzione pubblica da parte di quelle milizie, di fatto vuol dire che non c'è più legge. Stanno andando verso il fascismo. E questo negli Stati Uniti d'America, che doveva essere il Paese dei diritti. È crollato tutto, ed è fondamentale in questo momento reagire. Il fatto che adesso vogliono mandarci l’ICE in Italia … ma la parola giusta è quella che usano a Los Angeles, i MIGRA, le squadracce che cercano i migranti. È incredibile che si sia arrivati ad una situazione del genere.
Ma il problema è soprattutto cosa c`è dietro a tutto questo, ed è importante capirlo. È il suprematismo bianco. Tutto questo odio verso i migranti viene dal fatto che questi non sono bianchi. Abbiamo paura di essere contaminati e ci ergiamo a difesa dell'Occidente. Ecco perché è così importante, in questo momento, reagire e non starcene zitti. Altrimenti saremo travolti anche noi.
Nel vostro comunicato si esprime solidarietà alle comunità multietniche del Minnesota colpite dalla violenza dell’ICE. La questione migratoria, in America come qui, è diventata un catalizzatore di odio?
Sì, e lo vediamo anche qui in Italia e in Europa. Tra l'altro vorrei ricordare che quando la nostra Presidente del Consiglio è andata a Washington a parlare con Trump, ha usato un termine che non aveva mai usato prima. Ha parlato di “western nationalism”, nazionalismo occidentale. È la retorica della difesa dell'Occidente cristiano, della civiltà cristiana.
Bisogna capire che tutti noi bianchi ci portiamo dentro la profonda convinzione che “noi” abbiamo la civiltà, abbiamo la cultura, e siamo destinati ad occidentalizzare il mondo. Lo disse già Berlusconi, in una famosa conferenza stampa Berlino nel 2001. Ed è un’autocritica che ci riguarda tutti, anche come Chiesa, perché siamo convinti di avere “la vera religione”. Dietro tutto questo c’è il rifiuto dell'altro. Per cui le migrazioni vengono viste come una minaccia totale. Anzi adesso, proprio in questi giorni, è riapparsa questa storia della “remigrazione”, rilanciata da Salvini con una forza incredibile. Questo è il sottofondo di tutto. Quindi cominciamo a prendere seriamente tutto questo.
A metà del XIX secolo, il catalizzatore morale della guerra civile americana fu l'abolizione della schiavitù. È possibile che oggi il tema dei diritti dei migranti giochi un ruolo simile a quello che allora giocò il tema dell’abolizione della schiavitù?
Certamente. La stessa mentalità che stava dietro lo schiavismo, si trova oggi dietro all’idea di scatenare una “guerra dei popoli contro i migranti”, negli Stati Uniti come in Europa. E questo è di una gravità estrema. Guardate, la mia stima è che siamo arrivati oggi almeno a 100.000 migranti sepolti nel Mediterraneo, senza parlare di quelli che soccombono nei campi di detenzione libici, o che muoiono di stenti nel tentativo di attraversare il deserto. Siamo davanti a una tragedia incredibile che portiamo avanti noi, nel silenzio totale. Tutti noi... e la ragione fondamentale è che dobbiamo difenderci da questa gente. Ma difenderci da che cosa? Se fuggono dalle guerra che abbiamo fatto noi, se fuggono dai cambiamenti climatici che produciamo noi con il nostro stile di vita, avranno il diritto di trovare asilo da qualche altra parte? E invece noi ne abbiamo paura e li respngiamo.
C'è un'altra questione collegata a questa, ed è che Alex Perri e Renee Good – uccisi con esecuzione spietata da agenti dell’ ICE a Minneapolis – erano due cittadini americani bianchi. E infatti voi nel comunicato solidarizzate anche con tutto il popolo americano “che non si riconosce nelle scelte politiche di Trump”. Secondo lei la violenza della polizia, una volta innescata, può dilagare al di là dello scopo iniziale e coinvolgere tutti coloro che si oppongono al governo? Questa sarebbe la base dello Stato di polizia.
Guardate, noi abbiamo deciso di dare la solidarietà al popolo americano che resiste. Ed è un popolo straordinario. Io penso che gli americani veramente stanno dimostrando una forza straordinaria nella resistenza, e la stanno pagando cara. Ma nel sangue del popolo americano c'è una forte spinta per la libertà, per cui non possono accettare queste cose. Infatti le grandi manifestazioni che sono state fatte contro Trump portavano quasi tutte lo slogan “No kings”, non vogliamo un re. Gli Stati Uniti sono nati proprio dal rifiuto di obbedire al re d'Inghilterra: hanno voluto essere liberi. Adesso non vogliono tornare sotto un altro re, perché Trump si sta comportando proprio da re, un re assoluto.
Per questo è importantissimo esprimere loro tutta la nostra solidarietà. Perché se riescono, se davvero il popolo americano riesce a reagire in questo modo e a mettere in crisi Trump, sarà un grande bene, non solo per loro, ma anche per tutti noi.
Da quando Papa Francesco ha parlato di “guerra mondiale a pezzi” le questioni del riarmo e della militarizzazione sono esplose. Trump promuove una “pace basata sulla forza”, non sul diritto. Il Comitato pace e Disarmo denuncia questa deriva da anni. Come sta cambiando il mondo e che prospettive hanno pace e nonviolenza — quella “civiltà della tenerezza” di cui lei parla spesso? Non è solo utopia?
E’ una bellissima domanda. Apparentemente con la nonviolenza sembrerebbe impossibile cambiare le cose, ma non è vero. Prima di tutto ricordo che chi ha inventato la nonviolenza è Gesù di Nazareth. E le prime comunità cristiane, nei i primi tre secoli, erano state talmente fedeli a questo fino a mettere in crisi l'impero romano. Tanti martiri di quell’epoca rifiutarono di entrare nelle legioni romane perché era assurdo, non c'era nessuna guerra giusta: tu non puoi andare ad uccidere i tuoi simili. Ma con Costantino la Chiesa divenne una Chiesa imperiale, e poco dopo Sant'Agostino fu il primo a parlare di “guerra giusta”. Per il Vangelo sarebbe assurdo, non esiste la guerra giusta! Ma purtroppo nella Chiesa quella tradizione è saltata.
E chi l'ha riscoperta, incredibilmente, è stato Tolstoj che a un cdrto punto della sua vita aveva capito dove stava andando l'Occidente, ed era proprio disperato. Poi cominciò a leggere i Vangeli e ne rimase folgorato. E’ da lì che parte l’intuizione della nonviolenza attiva, dalle parole di Gesù. Tolstoj lo scrisse in alcuni saggi, opuscoli etico-religiosi e pamphlet politici. Uno di questi libretti, “Il regno di Dio in mezzo a voi”, finì poi nelle mani di un avvocato indù che era in Sudafrica, Gandhi, che ne fu profondamente colpito. Così il futuro leader della nonviolenza lascia il Sudafrica e ritorna in India, prepara un movimento di massa che coinvolgerà milioni di persone usando la tattica nonviolenta. E senza sparare una cartuccia riesce a ottenere l'indipendenza dell'India. Voglio dire che la nonviolenza può essere efficacissima, può cambiare il corso della storia, ma richiede intelligenza, gente preparata, gente decisa.
Ma si può fare, si può vincere. E qui ritorna l’America. La lotta di Martin Luther King, straordinaria per ottenere i diritti degli afroamericani, fu basata tutta sulla nonviolenza attiva. King diceva che c’erano solo due scelte: la nonviolenza o la non esistenza. E per noi oggi, in un mondo che sta armandosi freneticamente, e che si trova sull'orlo di una guerra nucleare, è l'unica risposta, l'unica arma che abbiamo. Io spero che anche la Chiesa cominci a prendere finalmente queste cose sul serio. A educare la gente cristiana delle parrocchie, a dire di scendere in piazza, a protestare, a incontrare tutti. Certo poi bisogna usarla bene la nonviolenza, proprio perché sia efficace.
E intanto intorno a noi sembra che stia succedendo proprio il contrario. Lentamente stiamo assistendo alla cancellazione del diritto internazionale. Trump promuove “la pace attraverso la forza”, non attraverso il diritto. Si disegna un mondo sempre più armato, violento, potente. Negli USA hanno perfino cambiato il nome del Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra.
Il diritto internazionale è crollato totalmente, ognuno fa quello che vuole. Questa è la gravità del momento che viviamo, perché basta che tu hai il potere delle armi, il potere economico, e fai quello che vuoi. Guarda gli Stati Uniti, stanno facendo quello che vogliono. Putin fa quello che vuole. La Cina tra poco attaccherà Taiwan, fa quello che vuole. Perché non c'è più legge. E quindi dobbiamo ritornare a pensare seriamente all'ONU. Così com'è ormai è ridotto a una nullità, ma è importante l'intuizione che sta alla base dell'ONU. Dobbiamo ritornare a un patto tra tutte le nazioni, un patto fondamentale da rispettare, e questo è l'altro grande passaggio che dobbiamo fare, perché altrimenti ognuno continuerà a fare quello che vuole. Questo ci porta dritti nell'abisso.
E la Chiesa si può impegnare in questo passaggio?
La Chiesa? È proprio uno dei tasselli fondamentali. Ma il problema è che nella Chiesa, parlo a livello di base, questi problemi non si sentono, mentre dovrebbero essere cose che il cristiano in sé dovrebbe sentire, elaborare e darsi da fare, mettendosi in gioco. Chiaramente i pastori delle Chiese dovrebbero farsi promotori di tutto questo e purtroppo io non vedo molto di questo, al momento. Certo, ci sono parecchi vescovi bravi che ne parlano, ne conosco molti personalmente, ma gli episcopati in sé non è che si muovano molto. Adesso per fortuna ha dato qualche indicazione anche la CEI, ma siamo ancora lontani dal creare effettivamente le alternative per bloccare la tragedia verso cui si sta andando. E poi non dovrebbe essere soltanto la Chiesa cattolica; bisognerebbe lavorare insieme a tutte le chiese del campo ecumenico, per portare avanti questo discorso. Dovrebbe essere veramente forte.
A volte sembra che ci sia una sorta di rassegnazione, come se la guerra – e la militarizzazione che la prepara – fossero ormai inevitabili.
Sì, c’è troppa rassegnazione. Vi faccio un esempio. Stiamo lottando da anni, perché finalmente la si finisca con i cappellani militari, con il capo dei cappellani che è un generale dell'esercito! Ma com'è possibile una roba del genere? E c’è l'approvazione dal Vaticano! Ci sono tanti passaggi, anche al nostro interno, che devono essere fatti per potersi impegnare a fondo per la nonviolenza.
Grazie Padre Alex, è stata una splendida conversazione, fitta di passione civile.
Ma sono io che ringrazio voi, grazie per il lavoro editoriale che state facendo, guardate che è molto importante diffondere, informare, spiegare, discutere. A qualcuni sembra che non serva, ma no, serve moltissimo, anzi è fondamentale. Perché, capite, bisogna partire, creare una mentalità nuova, perché davvero, non esiste ancora una mentalità seria a questo livello. Eppure il momento che viviamo è veramente difficile, perché per tornare a Martin Luther King, questo è il dramma davanti a cui ci troviamo, o la nonviolenza o la non esistenza, Dunque grazie a voi di cuore.
E allora collaboreremo. Antimaka è aperta a lei e a tutta la rete.