Il 17 giugno 2026, entrando in ritardo alla sessione conclusiva del G7 di Évian, Donald Trump ha annunciato ai leader mondiali seduti in sala: “I’m the boss”. Un potere che si autoproclama e chiede al mondo di crederci. Dalla foto negata con Giorgia Meloni all’immagine digitalmente manipolata pubblicata su Truth Social il 5 luglio, la vicenda restituisce una domanda che attraversa la crisi dell’ordine occidentale: fino a quando fingeremo che l’ombra sul muro sia il potere?
«I’m the boss». Il potere che si autoproclama
È così che tale metafora televisiva da astratta passa ad essere operativa, ribaltando la concezione di potere che lo stesso Trump si attribuisce: quella di capo. L’atteggiamento di supremazia si esplicita già nel suo ritardo alla sessione conclusiva del G7 di Évian-les- Bains, dove ad attenderlo vi erano i leader mondiali. Pochi giorni dopo dichiara ad Axios che stava solo scherzando – just being funny, being cute. Ma è proprio in questa oscillazione tra rivendicazione e ritrattazione, che la formula trumpiana rivela il proprio nucleo: il potere non si limita a esercitarsi, si rappresenta.
Un contraddittorio dunque, con la natura dell’incontro stesso che – nato negli anni Settanta come forum informale tra le principali democrazie, è per costruzione una struttura tra pari: nessuna carica presidenziale, nessuna gerarchia formalizzata, nessuna procedura di voto. L’effetto prodotto da quella battuta capovolge così l’attenzione dal protagonista agli interlocutori. Se Emmanuel Macron avesse risposto contestando apertamente l’affermazione, la scena si sarebbe trasformata in un confronto sul significato di quelle parole. Invece, alla provocazione segue una conversazione ordinaria. Il «Come stai?» rivolto al presidente americano e il silenzio degli altri leader non certificano una gerarchia reale, ma lasciano che la rappresentazione del potere rimanga priva di una smentita pubblica.
In questo senso, il potere nasce dalla disponibilità degli altri leader di non mettere in discussione le parole del tycoon. Una rappresentazione di fatto, che almeno in quel momento, nessuno interrompe.
Quando la performance costringe l’alleato
All’alba del 20 giugno, la stessa dinamica torna a manifestarsi e questa volta con un tono più stridente. Intercettato dal giornalista Daniele Compatangelo - scomparso lo scorso 20 luglio – de «L’aria che tira», in onda su La7, Donald Trump catapulta Giorgia Meloni nel girone dei leader ridicolizzati e dipendenti – «she begged me to take a picture with her. She wanted a picture with me so badly. I wouldn’t have take it, but I felt sorry for her». La crepa che si era già lasciata intravedere nei mesi precedenti – con lo scontro tra Trump e Papa Leone XIV sulla guerra all’Iran - si trasforma ora in frattura pubblica.
Ancora una volta, un processo di derisione colloca gerarchicamente il potere in un unico centro di legittimazione: lui stesso. Questa volta, però, la rappresentazione incontra una resistenza. Con lo stesso modus operandi comunicativo, la presidente del Consiglio respinge il pomeriggio stesso, attraverso i suoi canali social, la narrazione costruita dal presidente americano «Né io né l’Italia mai supplichiamo».
La smentita non si limita a negare un rapporto di subordinazione, ma rimette al centro una questione politica ancora più rilevante: perché un alleato dovrebbe scegliere di delegittimarne pubblicamente un altro? La risposta non resta confinata al piano comunicativo. Antonio Tajani annulla la missione prevista a Miami del 21-22 giugno e, in Parlamento, anche le opposizioni esprimono solidarietà istituzionale. Eppure Trump rilancia. Il 5 luglio, in preda ad una raffica di pubblicazioni su Truth Social, diffonde un’immagine digitalmente manipolata che ritrae Giorgia Meloni mentre lo osserva con adorazione, accompagnandola con una didascalia: «Restraining order needed».
È il passaggio definitivo dalla parola all’immagine. La rappresentazione non ha più bisogno di coincidere con la realtà: è sufficiente che appaia plausibile abbastanza a lungo da produrre effetti. Così quell’ombra raccontata da Varys si allunga ancora. Non è il fatto a generare il potere, ma la capacità della sua rappresentazione di imporsi nello spazio pubblico. Di fatto, con il vertice NATO di Ankara – 7 e 8 luglio - quella stessa rappresentazione del potere viene ricalibrata. Trump, alla vigilia del vertice, ammorbidisce parzialmente i toni: Meloni viene definita «una brava persona». Nonostante ciò, la freddura rimane: calibrata, senza rotture pubbliche e senza contromosse se non ridimensionare il tutto in «Rapporti cordiali». Ma la calibrazione non riguarda solo le persone. Nello stesso vertice, Trump riserva al suo «amico» Erdoğan un registro opposto – deferente, quasi ammirato – rilanciando successivamente la rivendicazione sulla Groenlandia.
Così, la rappresentazione cambia nuovamente volto a seconda dell’interlocutore conservando però la stessa logica: riconoscere, umiliare o legittimare diventano strumenti attraverso cui ridefinire gerarchie e spazi di influenza. L’ombra sul muro, rimane intatta. E l’eco di un interrogativo, che la sola scena diplomatica non basta ad esaurire, si fa ancora più rimbombante: che cosa, esattamente, quella rappresentazione sta cercando di rivendicare? Una risposta che non si trova più nelle parole, ma nello spazio.
Fonti
France24 (AFP), ”‘I’m the boss’, Trump tells G7 counterparts”
Times of Israel, ”‘I’m the boss’, Trump tells G7 as he warms to Ukraine’s war position”
Newsweek, “Donald Trump explains his ‘I’m the boss’ comment at G7 summit”
Il Sole 24 Ore, “Trump-Meloni: ‘begged me to take a photo, I felt sorry for her’”
NBC News, “Trump and Italy’s Giorgia Meloni escalate war of words over G7
photo claims”
Il Post, “Secondo Trump serve un divieto di avvicinamento per Meloni”
ANSA, “Trump attacks Meloni again with restraining order post”
Lead Stories (fact-check sull’immagine manipolata)
Sky TG24, “Vertice NATO Ankara, Trump-Meloni: la diretta”
Corriere della Sera, “Vertice NATO ad Ankara, il summit in Turchia in diretta”